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01/12/2000

IL BREVETTO DELLA DISCORDIA


Dopo l'accordo con Jumpy, ora tocca a Soru salire sul banco degli accusati Una web company veneta cita in giudizio Tiscali accusandola di utilizzare il suo programma senza previo accordo. Ma la società sarda si difende sostenendo la falsa paternità del software. A decidere sarà, il prossimo 24 gennaio, il tribunale di Padova. "Mi sono fidato di Renato Soru, il guru della net economy italiana, e ho sbagliato". Le parole di Alberto Vazzoler, fondatore di Netfraternity, nei confronti del big boss di Tiscali sono dure e amare. "Soru ha utilizzato la mia piattaforma tecnologica, appropriandosene indebitamente", accusa Vazzoler. "A questo punto vado fino in fondo e chiedo il sequestro del loro server". Il servizio sotto accusa è denominato Flatzero, che permette agli utenti di navigare a costi ridotti in cambio della visualizzazione di un banner pubblicitario. Un servizio che Tiscali realizza tramite la società inglese Autonomy (che ha risentito in borsa di questa disputa, perdendo il 31,25%). Il meccanismo è quello del rimborso in cambio di un clic. Lo stesso servizio utilizzato dalla Netfraternity, web company con sede a Castelfranco Veneto (Tv) e sul quale Vazzoler rivendica la paternità del brevetto. Brevetto che, spiega sempre Vazzoler, "è stato depositato presso gli uffici brevetti italiani il 25 novembre del 1997 e approvato e registrato presso il tribunale di Padova nel luglio del '99. In questi giorni, inoltre, attendo anche il riconoscimento a livello internazionale: la paternità di questo progetto mi appartiene". Senza un accordo la Netfraternity non ammette l'utilizzo della piattaforma tecnologica. Accordo che prima sarebbe stato raggiunto ma poi smentito da Tiscali. Questa la versione del fondatore di Netfraternity che racconta: "Ho incontrato Soru lo scorso febbraio, presso gli uffici della Banca Imi a Milano, per discutere e tentare di siglare un accordo". Ma da questo incontro sono uscite due versioni diverse. Da una parte, l'imprenditore veneto dichiara che un'intesa era stata trovata: "Concedevo a Tiscali il mio brevetto più la piattaforma tecnologica. La stessa Imi mi ha mandato una bozza di contratto dopo alcuni giorni". Dall'altra, però, i legali di Tiscali smentiscono con una nota di aver provveduto a chiamare in causa l'Imi. Sta di fatto che il 21 novembre i duellanti si sono ritrovati a Padova per la prima udienza del procedimento cautelare intentato da Netfraternity contro Tiscali. In questa sede, si legge nel comunicato della società sarda, i legali hanno presentato due brevetti, sostanzialmente identici a quello di cui Vazzoler reclama la paternità, depositati precedentemente dalla società giapponese Aim corporation shinbayashi (pubblicato il 31 luglio '99) e da Fridley technologies (pubblicato il 2 febbraio '97). In base a questo, il gruppo di Renato Soru sta verificando la possibilità di agire contro la società veneta per il danno subito. "Danno subito?", si chiede incredulo Vazzoler "Ma se sto solo esercitando un diritto che mi spetta in base alla legge sulla proprietà industriale". Netfraternity, a questo punto, ha chiesto la fissazione di un termine per analizzare questa documentazione, e il giudice ha rimandato l'udienza decisiva al 24 gennaio. Rimane anche sospesa la questione del presunto contratto. Netfraternity, infatti, ha in mano una bozza di contratto speditogli dall'Imi, "ma non l'ho firmato", confessa Vazzoler, che spiega: "Trovandomi faccia a faccia con Soru e con i dirigenti dell'Imi ho pensato che non fosse necessario firmare subito l'intesa, fidandomi delle persone che avevo di fronte". La stessa diatriba si era verificata, nel dicembre '99, con un altro colosso di Internet, Jumpy, portale del gruppo Mediaset. Anche in questo caso, Vazzoler aveva concesso l'utilizzo del software in cambio di royalty. Le due parti hanno trovato subito l'accordo. "Jumpy ha saputo capire che c'era l'opportunità di sfruttare una tecnologia innovativa", spiega il numero uno di Netfraternity. Vazzoler è talmente geloso del suo progetto che, lo scorso gennaio, ha inviato oltre 250 diffide a tutte quelle società di comunicazione che decidessero di utilizzare la sua tecnologia.